

| Spettacolo o sicurezza? |
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| Scritto da Giuseppe Girolamo |
| Martedì 25 Ottobre 2011 14:18 |
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L
a recente tragedia che ha scosso lo sport italiano, e non solo, privandolo di un talento puro ed unico come il motociclista Marco Simoncelli, ha riaperto l’annosa questione riguardante la sicurezza in determinati sport che, per caratteristiche e peculiarità, sono più a rischio di altri. Tra questi se ne colloca uno che, al pari del motociclismo, sfrutta il precario equilibrio delle due ruote per l’estensione del suo movimento. Il ciclismo...
...Facendo una rapida disamina degli incidenti più rilevanti, in questo 2011, emergono purtroppo dettagli e numeri preoccupanti. Salta subito alla memoria la disgrazia occorsa al povero ciclista belga Wouter Weylandt, all’ultimo Giro d’Italia, in cui, per fatalità, oppure distrazione, ha perso la vita un ragazzo di soli ventisei anni. Con il suo carico di sogni e talento ha conosciuto il termine della sua esistenza percorrendo una discesa insieme al gruppo. Un incidente che ha mosso subito innumerevoli polemiche, nell’immancabile volontà di spiegazioni all’accaduto, e di eventuali colpevoli da mettere in croce. Difficili da trovare, poiché pressoché inesistenti. A primo giudizio, pareva impossibile legare le cause della caduta al puro destino, eppure la successiva caccia alle streghe ha rafforzato l’ineluttabile teoria iniziale, lasciando deluso chi bramava responsabili da imputare. Solo un mese più tardi, quando le lacrime, versate per il numero 108 della competizione rosa, si erano a malapena asciugate, un altro infortunio, capitato, sempre in discesa, quando le velocità raggiunte amplificano l’effetto di ogni inconveniente, al colombiano Soler, durante il Giro di Svizzera, ha fatto temere il peggio a tutti. Le conseguenze non sono state così nefaste, ma comunque serie e preoccupanti, per un atleta che a distanza di molti mesi sta ancora facendo i conti con le fratture subite, alla ricerca di una riabilitazione che richiederà forza e impegno. Un altro sinistro, che non ha fatto altro che buttare benzina sul fuoco alimentato da chi sostiene che i corridori non sono tutelati, essendo mandati allo sbaraglio, spesso in condizioni precarie, e su percorsi spettacolari quanto pericolosi. Passa un altro mese, e comincia il Tour de France, con la sua consueta caterva di cadute della prima settimana, che ha dimezzato il lotto dei favoriti, ed una macchina impazzita che falcia due corridori in fuga, Flecha ed Hoogerland, con quest’ultimo che termina il suo capitombolo addirittura contro delle recinzioni in filo spinato, procurandosi ferite curate con trentatre punti di sutura. Con la consapevolezza di potersi pure ritenere fortunato, considerando quanto poteva andare peggio ad entrambi… Episodi che si sommano ai tanti che accadono nel corso di una stagione ciclistica. Magari meno eclatanti, eppure a volte altrettanto dolorosi, e dettati da cosa? Coincidenza, fato, sbadataggine, sfortuna? Forse. Che non è uno sport per deboli è risaputo, sin dai suoi albori, per la fatica e per il sacrificio richiesti. Ma non si sta invece chiedendo troppo a questi atleti? Non si sta giocando eccessivamente con la loro pelle? Ha davvero ragione chi sostiene che la sicurezza dei corridori è l’ultimo dei problemi di chi organizza le corse, e traccia i percorsi, in nome del solito spettacolo da offrire alle festanti platee, che porta all’eccesso ogni attività, senza l’adeguato calcolo dell’alea che ne deriva? Una risposta certa e definita purtroppo non esiste. Rimangono solo gli interrogativi, specie quando sulla strada rimangono i corpi inermi di giovani, con l’unica colpa di aver dato sfogo alla loro grande passione, quando però è troppo tardi per fare ragionamenti di qualunque genere, e ciò che rimane è solo la straziante ferita per la perdita subita.
Scritto in collaborazione con Alessandro Mazzurana |
| Ultimo aggiornamento Mercoledì 26 Ottobre 2011 08:04 |

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