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Eros Capecchi: la certezza del futuro del ciclismo italiano PDF Print E-mail
Written by Angela Zaccardelli   
Monday, 30 January 2012 17:53
Da sempre giovane di belle speranze, ora sempre più  una conferma nel panorama del ciclismo italiano. Eros Capecchi, classe ’86,  il ragazzo che Aldo Sassi definì “cavallino di razza” ha dimostrato soprattutto quest’anno di saper sfruttare le sue doti e il suo talento riuscendo a vincere la diciottesima di tappa del Giro d’Italia con arrivo a San Pellegrino Terme dopo una lunga fuga gestita con intelligenza. Dopo la premiazione nel suo comune di residenza a Cortona e appena tornato dal ritiro a Cecina, si racconta in quest’intervista a trecentosessanta gradi.
Il 18 novembre c’è stata la premiazione preceduta da una cerimonia tutta dedicata a te nel comune di Cortona dove risiedi. Ce la racconti?
Si, mi ha fatto molto piacere. Essere premiato dal sindaco (Nella foto Eros Capecchi e il sindaco  Andrea Vignini dopo la premiazione nella Sala del Consiglio nel comune di Cortona – ndr-) della città in cui si vive è molto bello, vuol dire che si è fatto qualcosa di importante e di impegno. Poi c’era tanta bella gente e tanto affetto quindi è stato davvero molto piacevole.
Immagino sia stato un grande onore per te essere definito dal sindaco  Vignini “un esempio per tutti i giovani per la tua passione e il tuo impegno nel ciclismo”…
Si, ricevere attestati di questa valenza è molto importante. Poi è bello sentire di poter dare dei consigli a un ragazzo più giovane, sai ho 25 anni però sono già professionista da sette anni quindi è una cosa che fa molto piacere.
Allora partiamo dall’inizio: come e quando hai cominciato a correre?
Ho cominciato in g3 a otto anni. Inizialmente avevo provato con il calcio ma per motivi particolari ho smesso. Così mio padre mi ha detto di provare con il ciclismo e ho iniziato con la squadra umbra, la Nestor Marsciano.
Delle numerose vittorie che hai ottenuto tra gli juniores quale ricordi con più piacere?
C’è l’imbarazzo della scelta però tra tutte il titolo italiano perché portare la maglia tricolore ti rende sempre orgoglioso ed è di gran rilievo.
Stagista nel 2005 e poi professionista alla Liquigas nel 2006. Che effetto fa il passaggio alla categoria massima?
Come hai detto sono stato stagista alla Liquigas quindi ho avuto un assaggio di quello che mi aspettava tra i professionisti e già lì è una soddisfazione immensa. Poi il passaggio al professionismo è il sogno di tutti e io ci sono riuscito quindi…
Nel corso della tua carriera sei passato dalla Liguigas alla Saunier Duval cambiando alcuni sponsor, per poi tornare in Liquigas. Ci sono differenze tra come si lavora in una squadra italiana e una straniera?
Il primo anno alla Saunier Duval non avevo sentito una differenza sostanziale. Con il gruppo italiano gestito da Algeri mi trovavo molto bene,  il gruppo spagnolo invece era molto più leggero, specialmente gli ultimi due anni con gli sponsor Fuji e Footon non c’era più metodo, programmazione per l’allenamento, non si facevano più ritiri e così sono tornato alla Liquigas dove si lavora in modo meticoloso su tutto, anche sui materiali, ritiri, gestione dei corridori e alimentazione.
Quanto sei cambiato caratterialmente e professionalmente in questi anni da professionista?
Quando sono arrivato alla Liquigas il primo anno avevo 20 anni, sono andato via perché non mi trovavo bene e sono tornato che ne avevo 24. Sono maturato quindi in tutti i sensi e sicuramente quando sono tornato in Liquigas ho trovato un ambiente completamente diverso. Quindi direi che in questi anni sono cambiate tante cose, sono cambiato io ma anche la squadra e i corridori.
Come hai lavorato negli anni per sviluppare le tue caratteristiche al meglio?
Ho sempre lavorato con le tabelle preparate da chi mi ha seguito. Negli ultimi due anni con Slongo lavoro molto per costruire il mio futuro sulle corse a tappe e cerco di lavorare dove ho più bisogno ad esempio la cronometro.
C’è un corridore al quale ti ispiri e uno che ami particolarmente del passato?
Ho la fortuna di avere Ivan Basso in squadra che è un esempio di meticolosità in tutto al quale cerco di rubare il più possibile tanti segreti.  Del passato ce ne sono diversi, Bartoli che era un grande nelle corse di un giorno, Bugno, Indurain.. insomma ce ne sono diversi a cui ci si può ispirare specialmente quando si comincia a correre.
Chi è il compagno a cui sei più legato?
Vado d’accordo veramente con tutti, non ho problemi con nessuno. Se devo citarne qualcuno, nell’ultimo ritiro sono stato in camera con Damiano Caruso e ci siamo trovati molto bene, si andava molto d’accordo. Anche Alan Marangoni è stato ultimamente una settimana a casa mia e siamo stati in camera insieme in diverse corse ed è anche lui un ottimo compagno di squadra.
Arriviamo alla tua vittoria tra i prof: tappa e classifica generale alla Bicicletta Basca nel 2008. Che ricordi hai di quella corsa?
Venivo dal mio primo Giro d’Italia con tre belle cadute ed ero tutto rotto. Non avevo in programma di fare quella corsa, mi hanno detto ‘vai e vedi se riesci a tener duro’. La prima vittoria da professionista è stata bellissima soprattutto perché ho vinto tappa, maglia, tutto! Ho fatto l’en plein quindi tutto molto bello.
La conferma nella stagione appena trascorsa: 4° assoluto nel Tour de San Luis, vittoria sfiorata nella tredicesima tappa della Vuelta e soprattutto la vittoria nella diciottesima tappa del Giro d’Italia. Ti senti soddisfatto della tua stagione?
Si, come posso non esserlo! La vittoria al Giro è una cosa che si sogna da piccoli, se veniva anche la vittoria alla Vuelta mancava solo quella del Tour per vincere in tutti e tre i grandi giri e sarebbe stato bellissimo. Sicuramente è stata una stagione che mi fa ripartire da un gradino più alto sia dal punto di vista delle credenziali sia dal punto di vista della consapevolezza personale.
Parlaci della tua vittoria al Giro d’Italia.
È stato un giro di grandi alti e bassi, non sono riuscito a prepararmi bene in altura prima. Ho fatto molta fatica tranne in quei tre-quattro giorni nel finale in cui mi sono sentito meglio. Dopo venti giorni di sofferenza vincere così in una tappa dopo una lunga fuga e una tappa molto veloce è stato davvero molto bello.
Nel corso degli anni hai avuto alcuni infortuni e problemi fisici. In quei momenti si ha voglia di gettare la spugna?
Non ho mai gettato la spugna e ho sempre cercato di ripartire con il sorriso sulle labbra. All’inizio si è dispiaciuti, a volte mi è capitato di riniziare la preparazione da capo più volte ed è difficile ma bisogna sempre ripartire al meglio.
Prima del professionismo hai corso molto bene anche su pista poi ti sei concentrato sulla strada. Quali sono le differenze tra le due discipline e quanto aiuta correre anche su pista?
Consiglierei la pista a tutti i ragazzi perché ti dà colpo d’occhio, colpo di pedale, anzi se tornassi indietro ne farei di più. Ora sarebbe difficile conciliare le due discipline perché ho poco tempo per dedicarmi ad entrambe e poi non ho una pista vicina.
Perché alla fine hai deciso di dedicarti completamente al ciclismo su strada?
Perché in Italia non c’è la cultura della pista e poi non ho le caratteristiche adatte a questa disciplina.
Ottima posizione in bici, scalatore che tiene  bene sul passo, ti difendi nelle volate ristrette e la cronometro? Hai effettuato qualche lavoro specifico per migliorare? Ti piace come specialità?
È la cosa su cui sto lavorando di più già da questo inverno perché credo sia la cosa in cui pecco di più. Ho già iniziato a lavorare sulla posizione e con Paolo Slongo sto effettuando dei test per migliorare.
I tuoi obiettivi per il 2012?
Partire bene ma non fortissimo essendo il giro d’Italia l’obiettivo principale della stagione in cui aiuterò Ivan o anche Vincenzo se lo farà. Però c’è anche la Tirreno-Adriatico che mi piace e comunque spero di fare bene già dal Giro di Sardegna.
Qual è la tua corsa preferita e quale ti piacerebbe vincere?
La mia corsa preferita è il Tour. Poi ce ne sono altre molto belle come la Tirreno-Adriatico a primavera che è una corsa a tappe che mi piace molto e poi la Milano-Sanremo che è una classica molto bella di cui se ne conosce il prestigio. Quindi ce ne sono tante di corse belle che mi piacerebbe vincere.
Ti senti pronto per far classifica in un grande giro? Se n’è parlato in squadra?
Alla Vuelta lavorando per Vincenzo ho fatto bene e facendo bene i calcoli, tolti dei ritardi per alcuni inconvenienti, avrei potuto arrivare nei primi dieci. Ho limitato i giorni in cui avevo calo fisico e calo di condizione. Ho scoperto che mi mancava la continuità che da lì è andata meglio. Da quello si riparte per un 2012 su un gradino più alto. Vedrò al giro se mi sentirò pronto per far classifica o meno.
Ti senti più adatto al Giro o al Tour? Come valuti i percorsi dei tre grandi giri di quest’anno?
Sinceramente non ho guardato i percorsi di nessuno dei tre grandi giri. Non sono uno scalatore purissimo e al Tour le salite sono più lunghe e meno alte per quanto riguarda la pendenza. Però guardo Basso che ha vinto due giri pur non essendo anche lui uno scalatore puro e con sette kg più di me quindi questo mi dà fiducia.
Come ti prepari durante l’anno e com’è la tua giornata tipo?
Mi preparo in base ai programmi di corsa. Mi alzo alle sette, sette e mezza, faccio colazione,  fitball, addominali, esercizi per la schiena.  Poi guardo le notizie su internet ed esco in bici.
Meglio con le radioline o senza in corsa?
Sono molto importanti per la sicurezza e correre senza potrebbe essere molto pericoloso. Ad esempio al giro di Sardegna non le avevamo ed è successo che lungo il percorso abbiamo trovato della sabbia che ha creato a tutti una situazione di disagio.
Lasciamo da parte per un momento il ciclismo e parlaci di te. Come trascorri il tuo tempo libero?
Nel mio tempo libero mi piace stare con la famiglia, stare a casa. Lo uso molto per il recupero quindi per riposarmi e trovare una buona condizione e stare meglio fisicamente. Mi piace fare shopping, come tutti credo, poi ho gli animali e mi piace stare in azienda. Abbiamo un vivaio di trenta ettari di terra e mi faccio un giro lì anche se in generale il tempo libero è sempre molto poco.
Pratichi altri sport?
Non pratico altri sport, mi piacerebbe giocare delle partite di calcio ma non lo faccio perché è uno sport che non si concilia con il mio anche se mi piace molto seguirlo.
Chi sono le persone che ringrazieresti per quello che sei oggi sia caratterialmente che professionalmente?
La famiglia mi ha sempre dato una grossa mano nei momenti difficili. Quando ho subito degli infortuni mi hanno dato serenità e tranquillità. Poi ci sono tante persone nel mondo del ciclismo e quei tre-quattro amici del paese che vengono a rincuorami. I momenti negativi fanno parte della vita e temprano la persona quindi è giusto affrontarli.
Che musica ti piace ascoltare?
Ascolto di tutto, musica rock, in generale quella orecchiabile, non cose troppo strane insomma.
Il tuo film e il tuo libro preferito?
Il film preferito è ‘The day after tomorrow’ è un film che rivedo sempre con molto piacere. Il libro… questa è dura! Non sono un gran lettore, questa te la passo (ride ndr).
Qual è il tuo rapporto con la tecnologia e i social network?
Credo che la tecnologia sia inevitabile al giorno d’oggi ma cerco di usarla il minimo indispensabile. Uso il cellulare, il computer per mandare mail, leggere notizie su internet, ascoltare musica oppure usare una  consolle per giocare. I social network credo siano una cosa carina, mi diverto ogni tanto a scrivere su twitter, ma non ne faccio un uso spasmodico insomma.
Se adesso non fossi un ciclista saresti?
Io sarei per non lavorare, però credo che aiuterei  i miei nel vivaio, chi lo sa.
Una volta finita la carriera ti piacerebbe restare nell’ambito del ciclismo?
Mi piacerebbe restarci e lavorare con i giovani. Sono un tipo molto meticoloso nell’alimentazione, nell’allenamento quindi credo che potrei dare qualcosa. Questo è quello che ti dico adesso ma andrebbe rivalutato a fine carriera perché essendo il ciclismo uno sport molto stressante può capitare che a fine carriera, che spero di terminare il più a lungo possibile, avrò voglia di staccare per qualche anno.
Come ti vedi fra dieci anni?
Vorrei essere come ora: magro , in forma fisica ma soprattutto essere in salute e in tranquillità perché la salute è la cosa più importante.
Chiudi facendo un augurio a te stesso per la prossima stagione.
L’augurio che mi faccio è sperare che la stagione che sta per iniziare sia migliore della precedente e spero di fare bene.
Si ringrazia Eros Capecchi per la disponibilità.

In questo 2012 Capecchi cercherà di vedere se ha raggiunto la maturità per fare classifica in un grande giro.

Da sempre giovane di belle speranze, ora sempre più  una conferma nel panorama del ciclismo italiano. Eros Capecchi, classe ’86,  il ragazzo che Aldo Sassi definì “cavallino di razza” ha dimostrato soprattutto quest’anno di saper sfruttare le sue doti e il suo talento riuscendo a vincere la diciottesima di tappa del Giro d’Italia con arrivo a San Pellegrino Terme dopo una lunga fuga gestita con intelligenza. Dopo la premiazione nel suo comune di residenza a Cortona e appena tornato dal ritiro a Cecina, si racconta in quest’intervista a trecentosessanta gradi.

Il 18 novembre c’è stata la premiazione preceduta da una cerimonia tutta dedicata a te nel comune di Cortona dove risiedi. Ce la racconti?

Si, mi ha fatto molto piacere. Essere premiato dal sindaco della città in cui si vive è molto bello, vuol dire che si è fatto qualcosa di importante e di impegno. Poi c’era tanta bella gente e tanto affetto quindi è stato davvero molto piacevole.

Immagino sia stato un grande onore per te essere definito dal sindaco  Vignini “un esempio per tutti i giovani per la tua passione e il tuo impegno nel ciclismo”…

Si, ricevere attestati di questa valenza è molto importante. Poi è bello sentire di poter dare dei consigli a un ragazzo più giovane, sai ho 25 anni però sono già professionista da sette anni quindi è una cosa che fa molto piacere.

Allora partiamo dall’inizio: come e quando hai cominciato a correre?

Ho cominciato in g3 a otto anni. Inizialmente avevo provato con il calcio ma per motivi particolari ho smesso. Così mio padre mi ha detto di provare con il ciclismo e ho iniziato con la squadra umbra, la Nestor Marsciano.

Delle numerose vittorie che hai ottenuto tra gli juniores quale ricordi con più piacere?

C’è l’imbarazzo della scelta però tra tutte il titolo italiano perché portare la maglia tricolore ti rende sempre orgoglioso ed è di gran rilievo.

Stagista nel 2005 e poi professionista alla Liquigas nel 2006. Che effetto fa il passaggio alla categoria massima?

Come hai detto sono stato stagista alla Liquigas quindi ho avuto un assaggio di quello che mi aspettava tra i professionisti e già lì è una soddisfazione immensa. Poi il passaggio al professionismo è il sogno di tutti e io ci sono riuscito quindi…

Nel corso della tua carriera sei passato dalla Liguigas alla Saunier Duval cambiando alcuni sponsor, per poi tornare in Liquigas. Ci sono differenze tra come si lavora in una squadra italiana e una straniera?

Il primo anno alla Saunier Duval non avevo sentito una differenza sostanziale. Con il gruppo italiano gestito da Algeri mi trovavo molto bene,  il gruppo spagnolo invece era molto più leggero, specialmente gli ultimi due anni con gli sponsor Fuji e Footon non c’era più metodo, programmazione per l’allenamento, non si facevano più ritiri e così sono tornato alla Liquigas dove si lavora in modo meticoloso su tutto, anche sui materiali, ritiri, gestione dei corridori e alimentazione.

Quanto sei cambiato caratterialmente e professionalmente in questi anni da professionista?

Quando sono arrivato alla Liquigas il primo anno avevo 20 anni, sono andato via perché non mi trovavo bene e sono tornato che ne avevo 24. Sono maturato quindi in tutti i sensi e sicuramente quando sono tornato in Liquigas ho trovato un ambiente completamente diverso. Quindi direi che in questi anni sono cambiate tante cose, sono cambiato io ma anche la squadra e i corridori.

Come hai lavorato negli anni per sviluppare le tue caratteristiche al meglio?

Ho sempre lavorato con le tabelle preparate da chi mi ha seguito. Negli ultimi due anni con Slongo lavoro molto per costruire il mio futuro sulle corse a tappe e cerco di lavorare dove ho più bisogno ad esempio la cronometro.

C’è un corridore al quale ti ispiri e uno che ami particolarmente del passato?

Ho la fortuna di avere Ivan Basso in squadra che è un esempio di meticolosità in tutto al quale cerco di rubare il più possibile tanti segreti.  Del passato ce ne sono diversi, Bartoli che era un grande nelle corse di un giorno, Bugno, Indurain.. insomma ce ne sono diversi a cui ci si può ispirare specialmente quando si comincia a correre.

Chi è il compagno a cui sei più legato?

Vado d’accordo veramente con tutti, non ho problemi con nessuno. Se devo citarne qualcuno, nell’ultimo ritiro sono stato in camera con Damiano Caruso e ci siamo trovati molto bene, si andava molto d’accordo. Anche Alan Marangoni è stato ultimamente una settimana a casa mia e siamo stati in camera insieme in diverse corse ed è anche lui un ottimo compagno di squadra.

Arriviamo alla tua vittoria tra i prof: tappa e classifica generale alla Bicicletta Basca nel 2008. Che ricordi hai di quella corsa?

Venivo dal mio primo Giro d’Italia con tre belle cadute ed ero tutto rotto. Non avevo in programma di fare quella corsa, mi hanno detto ‘vai e vedi se riesci a tener duro’. La prima vittoria da professionista è stata bellissima soprattutto perché ho vinto tappa, maglia, tutto! Ho fatto l’en plein quindi tutto molto bello.

La conferma nella stagione appena trascorsa: 4° assoluto nel Tour de San Luis, vittoria sfiorata nella tredicesima tappa della Vuelta e soprattutto la vittoria nella diciottesima tappa del Giro d’Italia. Ti senti soddisfatto della tua stagione?

Si, come posso non esserlo! La vittoria al Giro è una cosa che si sogna da piccoli, se veniva anche la vittoria alla Vuelta mancava solo quella del Tour per vincere in tutti e tre i grandi giri e sarebbe stato bellissimo. Sicuramente è stata una stagione che mi fa ripartire da un gradino più alto sia dal punto di vista delle credenziali sia dal punto di vista della consapevolezza personale.

Parlaci della tua vittoria al Giro d’Italia.

È stato un giro di grandi alti e bassi, non sono riuscito a prepararmi bene in altura prima. Ho fatto molta fatica tranne in quei tre-quattro giorni nel finale in cui mi sono sentito meglio. Dopo venti giorni di sofferenza vincere così in una tappa dopo una lunga fuga e una tappa molto veloce è stato davvero molto bello.

Nel corso degli anni hai avuto alcuni infortuni e problemi fisici. In quei momenti si ha voglia di gettare la spugna?

Non ho mai gettato la spugna e ho sempre cercato di ripartire con il sorriso sulle labbra. All’inizio si è dispiaciuti, a volte mi è capitato di riniziare la preparazione da capo più volte ed è difficile ma bisogna sempre ripartire al meglio.

Prima del professionismo hai corso molto bene anche su pista poi ti sei concentrato sulla strada. Quali sono le differenze tra le due discipline e quanto aiuta correre anche su pista?

Consiglierei la pista a tutti i ragazzi perché ti dà colpo d’occhio, colpo di pedale, anzi se tornassi indietro ne farei di più. Ora sarebbe difficile conciliare le due discipline perché ho poco tempo per dedicarmi ad entrambe e poi non ho una pista vicina.

Perché alla fine hai deciso di dedicarti completamente al ciclismo su strada?

Perché in Italia non c’è la cultura della pista e poi non ho le caratteristiche adatte a questa disciplina.

Ottima posizione in bici, scalatore che tiene  bene sul passo, ti difendi nelle volate ristrette e la cronometro? Hai effettuato qualche lavoro specifico per migliorare? Ti piace come specialità?

È la cosa su cui sto lavorando di più già da questo inverno perché credo sia la cosa in cui pecco di più. Ho già iniziato a lavorare sulla posizione e con Paolo Slongo sto effettuando dei test per migliorare.

I tuoi obiettivi per il 2012?

Partire bene ma non fortissimo essendo il Giro d’Italia l’obiettivo principale della stagione in cui aiuterò Ivan o anche Vincenzo se lo farà. Però c’è anche la Tirreno-Adriatico che mi piace e comunque spero di fare bene già dal Giro di Sardegna.

Qual è la tua corsa preferita e quale ti piacerebbe vincere?

La mia corsa preferita è il Tour. Poi ce ne sono altre molto belle come la Tirreno-Adriatico a primavera che è una corsa a tappe che mi piace molto e poi la Milano-Sanremo che è una classica molto bella di cui se ne conosce il prestigio. Quindi ce ne sono tante di corse belle che mi piacerebbe vincere.

Ti senti pronto per far classifica in un grande giro? Se n’è parlato in squadra?

Alla Vuelta lavorando per Vincenzo ho fatto bene e facendo bene i calcoli, tolti dei ritardi per alcuni inconvenienti, avrei potuto arrivare nei primi dieci. Ho limitato i giorni in cui avevo calo fisico e calo di condizione. Ho scoperto che mi mancava la continuità che da lì è andata meglio. Da quello si riparte per un 2012 su un gradino più alto. Vedrò al giro se mi sentirò pronto per far classifica o meno.

Ti senti più adatto al Giro o al Tour? Come valuti i percorsi dei tre grandi giri di quest’anno?

Sinceramente non ho guardato i percorsi di nessuno dei tre grandi giri. Non sono uno scalatore purissimo e al Tour le salite sono più lunghe e meno alte per quanto riguarda la pendenza. Però guardo Basso che ha vinto due giri pur non essendo anche lui uno scalatore puro e con sette kg più di me quindi questo mi dà fiducia.

Come ti prepari durante l’anno e com’è la tua giornata tipo?

Mi preparo in base ai programmi di corsa. Mi alzo alle sette, sette e mezza, faccio colazione,  fitball, addominali, esercizi per la schiena.  Poi guardo le notizie su internet ed esco in bici.

Meglio con le radioline o senza in corsa?

Sono molto importanti per la sicurezza e correre senza potrebbe essere molto pericoloso. Ad esempio al giro di Sardegna non le avevamo ed è successo che lungo il percorso abbiamo trovato della sabbia che ha creato a tutti una situazione di disagio.

Lasciamo da parte per un momento il ciclismo e parlaci di te. Come trascorri il tuo tempo libero?

Nel mio tempo libero mi piace stare con la famiglia, stare a casa. Lo uso molto per il recupero quindi per riposarmi e trovare una buona condizione e stare meglio fisicamente. Mi piace fare shopping, come tutti credo, poi ho gli animali e mi piace stare in azienda. Abbiamo un vivaio di trenta ettari di terra e mi faccio un giro lì anche se in generale il tempo libero è sempre molto poco.

Pratichi altri sport?

Non pratico altri sport, mi piacerebbe giocare delle partite di calcio ma non lo faccio perché è uno sport che non si concilia con il mio anche se mi piace molto seguirlo.

Chi sono le persone che ringrazieresti per quello che sei oggi sia caratterialmente che professionalmente?

La famiglia mi ha sempre dato una grossa mano nei momenti difficili. Quando ho subito degli infortuni mi hanno dato serenità e tranquillità. Poi ci sono tante persone nel mondo del ciclismo e quei tre-quattro amici del paese che vengono a rincuorami. I momenti negativi fanno parte della vita e temprano la persona quindi è giusto affrontarli.

Che musica ti piace ascoltare?

Ascolto di tutto, musica rock, in generale quella orecchiabile, non cose troppo strane insomma.

Il tuo film e il tuo libro preferito?

Il film preferito è ‘The day after tomorrow’ è un film che rivedo sempre con molto piacere. Il libro… questa è dura! Non sono un gran lettore, questa te la passo (ride ndr).

Qual è il tuo rapporto con la tecnologia e i social network?

Credo che la tecnologia sia inevitabile al giorno d’oggi ma cerco di usarla il minimo indispensabile. Uso il cellulare, il computer per mandare mail, leggere notizie su internet, ascoltare musica oppure usare una  consolle per giocare. I social network credo siano una cosa carina, mi diverto ogni tanto a scrivere su twitter, ma non ne faccio un uso spasmodico insomma.

Se adesso non fossi un ciclista saresti?

Io sarei per non lavorare, però credo che aiuterei  i miei nel vivaio, chi lo sa.

Una volta finita la carriera ti piacerebbe restare nell’ambito del ciclismo?

Mi piacerebbe restarci e lavorare con i giovani. Sono un tipo molto meticoloso nell’alimentazione, nell’allenamento quindi credo che potrei dare qualcosa. Questo è quello che ti dico adesso ma andrebbe rivalutato a fine carriera perché essendo il ciclismo uno sport molto stressante può capitare che a fine carriera, che spero di terminare il più a lungo possibile, avrò voglia di staccare per qualche anno.

Come ti vedi fra dieci anni?

Vorrei essere come ora: magro , in forma fisica ma soprattutto essere in salute e in tranquillità perché la salute è la cosa più importante.

Chiudi facendo un augurio a te stesso per la prossima stagione.

L’augurio che mi faccio è sperare che la stagione che sta per iniziare sia migliore della precedente e spero di fare bene.

Si ringrazia Eros Capecchi per la disponibilità.

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