

| Tommy Simpson, primo iridato britannico |
|
|
|
| Written by Ettore Ferrari |
Prima del trionfo di Mark “Cannonball” Cavendish al recente mondiale di Copenaghen, l’unico suddito di Sua Maestà Britannica a conquistare l’alloro iridato era stato, nel 1965, Thomas “Tommy” Simpson. Nato ad Haswell il 30 novembre 1937, passa professionista nel 1959. Passista, dotato di un ottimo spunto in volata, abile anche su pista, si segnala con un promettente 4° posto al mondiale di Zandvoort (vinto dal francese André Darrigade).
Il primo grande alloro lo ottiene due anni più tardi (1961) sulle strade del Giro delle Fiandre; nel ’62 indossa (primo britannico) la maglia gialla al Tour de France; nel ’63 si impone nella Bordeaux-Parigi (la maratona del ciclismo con i suoi oltre 500 km!) ed è 2° in ben tre classiche: Gand-Wevelgem, Parigi-Bruxelles e Parigi-Tours. Consolidatosi come uno dei migliori atleti dell’epoca, nel ’64 vince la Milano-Sanremo ed è nominato baronetto dalla Regina Elisabetta II. Il suo anno migliore è il 1965, quando nel pieno della maturità, si aggiudica il campionato del mondo e poco più di un mese dopo il Giro di Lombardia, alias “mondiale d’autunno” (un’accoppiata storica riuscita prima solo ad Alfredo Binda nel lontano 1927). Il successo al mondiale (disputato per la 1^ volta in Spagna, a Lasarte, vicino S.Sebastian) è ottenuto al termine di una lunga fuga a due con il tedesco Rudy Altig. A 300 metri dal traguardo, l’astuto inglese anticipa il potente teutonico regalando il 1° successo mondiale all’Inghilterra. Ma la favola del più grande campione britannico della storia ciclistica, dal carattere estroverso e allegro, si interrompe bruscamente e tragicamente sulle strade assolate del Tour 1967. È il 13 luglio, si disputa la 13^ tappa con arrivo a Carpentras, ma prima la scalata del Mont Ventoux, il terribile monte “calvo” descritto dal Petrarca. Il caldo è asfissiante, si superano i 40° gradi, il calvario di Simpson inizia a pochi km dalla vetta. In preda ad una terribile crisi, ormai staccato, si ferma una prima volta, risale in bici, ma comincia ad ondeggiare da un punto all’altro della strada, gli occhi sbarrati, ormai disidratato. Si ferma una seconda volta, accasciandosi sulla bicicletta, subito soccorso viene disteso agonizzante sul margine destro della strada vicino la pietraia bianca. Soccorso dal medico del Tour, il dr. Dumas, viene trasferito all’ospedale di Avignone, ma non c’è nulla da fare, Simpson muore (avrebbe compiuto 30 anni quattro mesi dopo). Fu ordinata l’autopsia e i risultati che si ebbero una ventina di giorni dopo furono: colpo di calore, sforzo fisico, rarefazione dell’ossigeno e uso di… anfetamine. Simpson fu la prima vittima del doping nel ciclismo anche se, va detto, la sua morte venne imputata all’insieme dei fattori elencati tra loro combinati, e non esclusivamente alle anfetamine. Certo è che senza l’assunzione di quelle sostanze, che avevano alterato la percezione dello sforzo e della fatica, l’inglese non sarebbe morto. Una carriera (55 vittorie da professionista) e soprattutto una vita spezzata per il desiderio di osare, Simpson infatti, dopo avere ottenuto i massimi allori nelle corse in linea, voleva assolutamente vincere o arrivare sul podio al Tour in quella edizione tornata a corrersi per squadre nazionali dopo diversi anni. Un Tour che non concluse mai. |

Copyright © 2009 cyclingworld.it. Giornale indipendente del ciclismo. Tutti i diritti riservati. Non duplicare o ridistribuire in nessuna forma.